La mattina della partenza puntai la sveglia alle cinque, non perché avessi qualcosa da fare ma semplicemente per riuscire a godermi tranquillamente la mia ultima mattina nella mia casa. Mi alzai stiracchiandomi e assaporando la dolcezza della luce che iniziava ad entrare dagli spiragli delle pesanti tende alle finestre. Scesi scalza al piano terra, mi preparai silenziosamente una bollente tazza di caffè e la bevetti lentamente seduta sui grandini d’entrata osservando la vita che si risvegliava nel mio quartiere. Qualche vicino mattutino che faceva jogging, altri andavano a lavorare, poi comparve il ragazzo dei giornali, quello che distribuiva l’acqua e infine i ragazzini che andavano a prendere l’autobus per andare a scuola e le madri che accompagnavano i più piccoli alla fermata.
E io non avrei fatto più parte di loro.
Mio padre mi raggiunse quando ormai anche i piccoli dell’asilo erano saliti nei vari autobus.
Comunicando a monosillabi portammo le ultime valige in ingresso, salutammo la casa con un lungo sguardo e salimmo nel taxi che aspettava in fondo al vialetto di casa.
Il volo da San Diego a Glasgow durò quasi diciotto ore che passai guardando film, leggendo e sonnecchiando. Quando il capitano annunciò l’imminente arrivo e ci informò dell’orario in cui saremmo arrivati mi colse il panico. Mentre tutti gli altri armeggiavano con i loro orologi per sincronizzarli all’ora di Ayr io mi ritrovai nel pieno di una crisi isterica. Le lacrime iniziarono a scorrere sulle mie guance, continuavo a ripetere che volevo tornare a casa e fui così insistente che la hostess mi promise di poter rimanere a bordo e che sarei tornata con lei in America. Mio padre prima provò a sgridarmi ma poi vedendo lo sguardo terrorizzato che avevo decise di assecondarmi anche lui.
Volevo tornare a casa, la paura mi attanagliava lo stomaco, la sensazione che tutto sarebbe andato male, che mi stessi avvicinando ogni secondo di più alla mia fine.
Con un brivido mi resi conto di aver paura di morire.
Ma non fu una di quelle paure astratte. Mi sentivo come di fronte ad un patibolo dove tutti avevano già caricato il colpo in canna e aspettavano il conto alla rovescia dell’ufficiale.
Inizia a battere i denti, convulsamente.
Poi l’hostess mi porse un bicchiere con una dell’acqua rosata all’interno.
“Bevi questo Piccola” mi sussurrò mio padre.
Con un’unica sorsata inghiottii quest’acqua amara, storsi la bocca e subito l’hostess riempì nuovamente il bicchiere ma questa volta con del succo.
Chiusi gli occhi e cercai di tenere lontana l’idea della mia imminente morte.
Quando l’aereo fu fermo sulla pista d’atterraggio mio padre, tenendomi a braccetto, mi condusse all’uscita, intontita com’ero.
Nel taxi che mi portava alla mia nuova vita mi addormentai profondamente, e caddi in un sonno profondo senza sogni.
Mio padre mi scosse quando fummo di fronte all’agenzia in cui aveva comprato la macchina nuova, caricate le valige nell’auto mi sedetti per la prima volta in una macchina in cui tutto era perfettamente al contrario e il profilo sinistro di mio padre mi sembrò stranamente nuovo.
Viaggiammo in strade piovose e grigie, ai margini delle strade c’erano ovunque grandi pozzanghere e notai che molte persone indossavano stivali colorati di gomma e grandi mantelle per proteggersi dall’incessante pioggia.
“Ci siamo quasi” dissi ad un certo punto mio padre imboccando una strada alberata.
Dopo poco accostò e si fermò.
“E’ quella” disse indicando con l’indice la costruzione che sorgeva dal lato opposto della strada.
E io non avrei fatto più parte di loro.
Mio padre mi raggiunse quando ormai anche i piccoli dell’asilo erano saliti nei vari autobus.
Comunicando a monosillabi portammo le ultime valige in ingresso, salutammo la casa con un lungo sguardo e salimmo nel taxi che aspettava in fondo al vialetto di casa.
Il volo da San Diego a Glasgow durò quasi diciotto ore che passai guardando film, leggendo e sonnecchiando. Quando il capitano annunciò l’imminente arrivo e ci informò dell’orario in cui saremmo arrivati mi colse il panico. Mentre tutti gli altri armeggiavano con i loro orologi per sincronizzarli all’ora di Ayr io mi ritrovai nel pieno di una crisi isterica. Le lacrime iniziarono a scorrere sulle mie guance, continuavo a ripetere che volevo tornare a casa e fui così insistente che la hostess mi promise di poter rimanere a bordo e che sarei tornata con lei in America. Mio padre prima provò a sgridarmi ma poi vedendo lo sguardo terrorizzato che avevo decise di assecondarmi anche lui.
Volevo tornare a casa, la paura mi attanagliava lo stomaco, la sensazione che tutto sarebbe andato male, che mi stessi avvicinando ogni secondo di più alla mia fine.
Con un brivido mi resi conto di aver paura di morire.
Ma non fu una di quelle paure astratte. Mi sentivo come di fronte ad un patibolo dove tutti avevano già caricato il colpo in canna e aspettavano il conto alla rovescia dell’ufficiale.
Inizia a battere i denti, convulsamente.
Poi l’hostess mi porse un bicchiere con una dell’acqua rosata all’interno.
“Bevi questo Piccola” mi sussurrò mio padre.
Con un’unica sorsata inghiottii quest’acqua amara, storsi la bocca e subito l’hostess riempì nuovamente il bicchiere ma questa volta con del succo.
Chiusi gli occhi e cercai di tenere lontana l’idea della mia imminente morte.
Quando l’aereo fu fermo sulla pista d’atterraggio mio padre, tenendomi a braccetto, mi condusse all’uscita, intontita com’ero.
Nel taxi che mi portava alla mia nuova vita mi addormentai profondamente, e caddi in un sonno profondo senza sogni.
Mio padre mi scosse quando fummo di fronte all’agenzia in cui aveva comprato la macchina nuova, caricate le valige nell’auto mi sedetti per la prima volta in una macchina in cui tutto era perfettamente al contrario e il profilo sinistro di mio padre mi sembrò stranamente nuovo.
Viaggiammo in strade piovose e grigie, ai margini delle strade c’erano ovunque grandi pozzanghere e notai che molte persone indossavano stivali colorati di gomma e grandi mantelle per proteggersi dall’incessante pioggia.
“Ci siamo quasi” dissi ad un certo punto mio padre imboccando una strada alberata.
Dopo poco accostò e si fermò.
“E’ quella” disse indicando con l’indice la costruzione che sorgeva dal lato opposto della strada.

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