sabato 2 aprile 2011
mercoledì 29 aprile 2009
Cinque
Feci un respiro profondo, slaccia la cintura, aprii la portiera e scesi. Mi ci volle un altro respiro profondo per non ributtarmi dentro la macchina al caldo: si gelava!
“Avanti” dissi sussurrando a me stessa.
Raggiunsi mio padre percorrendo il piccolo viottolo d’ingresso che portava agli scalini che davano su una veranda. La casa era una piccola costruzione di un giallo tenue, con il tetto spiovente e una piccola finestra proprio sotto la sua sommità. Entrai nell’ingresso e le mie scarpe bagnate scricchiolarono sulle piastrelle marroni. A destra si apriva un piccolo salotto, a sinistra la cucina in cui erano ammassati molti scatoloni che riconobbi nostri, disordinatamente accatastati. I nostri mobili apparivano fuori posto in queste nuove stanze, non erano stati comprati per queste mura, per questa opaca luce che entrava dalle finestre. Un groppo in gola mi impedì di respirare e mi dovetti concentrare per ricacciarlo indietro. Avrei avuto tempo di piangere in camera mia la notte, quando non avrei costretto mio padre ad affrontare quest’altro muro di dolore.
Decisi di essere la miglior parte di me, lo dovevo a mio padre e anche a me stessa. Mi tolsi la giacca e inizia a curiosare tra gli scatoloni. Ma appena aprii quello contenente alcuni accessori della cucina le mie mani tremarono: eccola, la collezione di mia madre di barattoli per il the. Ne aveva almeno una trentina, tutti differenti, tutti colorati, ognuno comprato perché in qualche modo ricordasse il suo contenuto. Erano stati disposti lungo due lunghe mensole che mio padre aveva attaccato una domenica mattina e nella mia mente risentii la sua voce, squillante “No Arthur, un po’ più su a destra” e rividi mio padre sbuffare divertito di fronte a questo eccesso di perfezione, perfezione che mia madre elargiva parsimoniosamente essendo caratterialmente molto disordinata e imprecisa. Esattamente come ero io.
Richiusi lo scatolone e cercai di far aderire lo scotch che avevo appena sollevato nel punto esatto. Mi dedicai allo scatolone vicino dove trovai una serie di pentole e pentolini, e decisi che avrei tranquillamente potuto gettarne la metà. Non mi ero mai trovata nella situazione di dover cucinare prima d’allora e in quelle prime settimane avevo propinato a mio padre per lo più cibo pronto. Avrei dovuto mettermi d’impegno: eguagliare mia madre sarebbe stata un’ardua impresa anche se sicuramente riuscire a portare in tavola un pranzo non precotto era nelle mie possibilità, di certo però non mi sarebbero servite otto tipi diverse di padelle.
Meccanicamente inizia a sistemare le cose nei vari armadietti. La luce che si accese di colpo nella stanza mi fece rendere conto di quanto fosse già buio nonostante non fossero che le tre del pomeriggio e mi fece sospirare guardando fuori dalla finestra la leggera pioggia che non smetteva di cadere.
“Lo so piccola” sussurrò mio padre “Ci abitueremo vedrai” aggiunse prendendo in mano un pentolino che avevo lasciato sulla tavola.
Ci abitueremo ovviamente ma non riuscivo a decidere a cosa mi sarei abituata prima: all’essere in due, al trovarmi dall’altra parte del mondo, alla scuola, alla pioggia, ai nuovi amici… Finito di sistemare le cose del primo scatolone attaccai il secondo, prestando attenzione a non ri aprire quello con la collezione dei barattoli di the. L’avrei lasciato per ultimo, o forse l’avrei messo così com’era direttamente in garage aspettando che la mia anima si ricostruisse un pò. Non ero sicura di potercela fare in quel momento, mi stavo impegnando con tutta me stessa per rimettere insieme i pezzi di me che si erano lacerati con la morte di mia madre e in quel momento, in quella casa nuova, sentivo di non potercela fare.
Il nuovo scatolone conteneva dei libri.
“E’ roba mia” dissi a mio padre “La porto in camera… qual è?”
“ La seconda porta a destra salite le scale” mi rispose “La prima a sinistra è il bagno” aggiunse.
“Grazie, credo di aver bisogno di darmi una sistemata” sospirai guardando il mio riflesso sul vetro della finestra. Avevo i capelli che iniziavano ad accusare dell’umidità eccessiva, il viso giallognolo e due occhiaie regalatemi dal poco sonno delle ultime ventiquattro ore. Salii le scale lentamente facendo caso al fatto che ogni scalino produceva uno scricchiolio unico e rendendomi conto immediatamente che non sarei mai riuscita a scendere al primo piano senza svegliare mio padre. L’idea che quel particolare fosse stato significativo per la decisione per quella casa mi fece sorridere: era decisamente realistica come ipotesi.
In cima alle scale girai a destra, sbircia nella camera di mio padre dove il letto matrimoniale e l’armadio erano già stati montati e mi diressi verso la seconda porta. Entrai nella mia nuova camera con lo stesso stato d’animo con cui sarei entrata in uno studio dentistico. Immediatamente mi resi conto che avrei dovuto lavorarci parecchio per farla diventare la mia camera ma per fortuna le pareti erano state dipinte di un azzurro chiarissimo che dava alla stanza una certa luminosità se paragonata al resto della casa. Inizia a studiare la disposizione dei mobili che erano stati montati e lasciati tutti al centro della stanza, insieme a diverse mie valige: spostai il letto e il comodino su un lato della stanza, spinsi la scrivania sotto la finestra, l’armadio a muro si trovava a destra della porta d’ingresso quindi mi rimaneva ancora un’intera parete vuota. Rimandai la decisione di cosa avrebbe occupato quella parete e mi concentrai sulla sistemazione dei miei abiti. Non avevo che pochissimi indumenti pesanti, nonostante mio padre avesse insistito tanto sul fatto che avrei dovuto comprare qualche felpa o maglione prima di partire. Ovviamente la difficoltà di trovare indumenti pesanti in una città in cui la temperatura più fredda era di 15°C non gli era passata per la mente e così avevo trovato solo un paio di felpe. Tirai fuori delle lenzuola da una delle valige che e le annusai: avevano ancora l’odore della nostra casa. Feci con cura il letto, sorprendendomi del piumone che trovai ancora confezionato in un angolo, con quel clima ne avrei avuto sicuramente bisogno freddolosa com’ero.
Inizia poi a sistemare i mie vestiti, seguirono i libri, i miei pupazzi da cui non ero riuscita a separarmi. In un angolo trovai un lungo tubo di plastica che conteneva parte dei miei poster, ma decisi che li avrei appesi più avanti. Ero così presa che non mi accorsi del crepuscolo invernale che aveva lentamente invaso la stanza e sobbalzai quando la luce improvvisamente si accese.
Mio padre sorrideva appoggiato allo stipite della porta.
“Piccola, pensavo ti fossi addormentata”
“Non mi ero accorta fosse così buio”
“Forse perché qui sembra sempre buio” aggiunge lui ed entrambi scoppiammo a ridere.
“Dai, ho ordinato due pizze, dovrebbero arrivare a minuti” aggiunse sorridendo.
Scendendo trovai la cucina sgombra di scatoloni, la tavola era apparecchiata con le nostre tovagliette e con un servizio che usavamo solitamente proprio per la pizza. Al centro del tavolo c’erano due lattine di birra e un cartone del latte.
“Sei stato davvero veloce” dissi accennando alla tavola “E io che pensavo di dover far tutto da me” aggiungi sorridendo.
“Ho parecchie doti nascoste, non sottovalutarmi” disse lui provando a farmi il solletico. Con un salto balzai di lato ridendo e in quel momento il campanello suonò.
“Molto british” osservai sentendo il suono classico del campanello, così diverso dal trillo che aveva scelto mia madre per la vecchia casa e mi diressi alla porta. Aprendola mi trovai di fronte un ragazzo di forse qualche anno più grande di me, con i capelli biondi ricoperti da una miriade di minuscole gocce che brillavano sotto la nostra luce d’entrata.
“Due pizze con… tutto” disse leggendo sorpreso il bigliettino con l’ordine e osservandomi poi incuriosito.
“Si grazie, un secondo, prendo il portafoglio” ma mio padre mi aveva raggiunto alle spalle e stava porgendo al ragazzo una banconota.
Il ragazzo presa la banconota cercò il resto in un piccolo borsello e consegnandomelo in mano chiese “Scusate, ma voi siete nuovi?”
Sorrisi dell’imbarazzo che si leggeva nei suoi occhi
“Si” rispose mio padre prendendo le pizze “Sono il signor Dodson, e questa è mia figlia Mia. Frequenti forse la Firrhill School?”
“Si signore” rispose scattando il ragazzo.
“Bene” disse mio padre “Tu e Mia sarete forse compagni in qualche corso”
“Che anno frequenterai?” chiese allora il ragazzo spostando nuovamente l’attenzione su di me.
“Il terzo anno, ma probabilmente dovrò recuperare qualche corso” risposi.
“Che fortuna! Anch’io sono del terzo, potrò darti una mano” aggiunse sfoderando un gran sorriso ma poi si accorse dell’occhiata truce di mio padre e aggiunse in fretta “Se frequenteremo gli stessi corsi”
“Comunque mi chiamo Matt, piacere” e tese la mano verso di me. Allungai la mia e la strinsi.
“Piacere, Mia” risposi imbarazzata, sentendo dietro di me lo sguardo di mio padre.
“Allora Mia, ci vediamo a scuola lunedì” disse di slancio, poi si girò e ritornò verso il piccolo furgoncino verde mela che era posteggiato alla fine del nostro vialetto.
sabato 11 aprile 2009
Quattro
E io non avrei fatto più parte di loro.
Mio padre mi raggiunse quando ormai anche i piccoli dell’asilo erano saliti nei vari autobus.
Comunicando a monosillabi portammo le ultime valige in ingresso, salutammo la casa con un lungo sguardo e salimmo nel taxi che aspettava in fondo al vialetto di casa.
Il volo da San Diego a Glasgow durò quasi diciotto ore che passai guardando film, leggendo e sonnecchiando. Quando il capitano annunciò l’imminente arrivo e ci informò dell’orario in cui saremmo arrivati mi colse il panico. Mentre tutti gli altri armeggiavano con i loro orologi per sincronizzarli all’ora di Ayr io mi ritrovai nel pieno di una crisi isterica. Le lacrime iniziarono a scorrere sulle mie guance, continuavo a ripetere che volevo tornare a casa e fui così insistente che la hostess mi promise di poter rimanere a bordo e che sarei tornata con lei in America. Mio padre prima provò a sgridarmi ma poi vedendo lo sguardo terrorizzato che avevo decise di assecondarmi anche lui.
Volevo tornare a casa, la paura mi attanagliava lo stomaco, la sensazione che tutto sarebbe andato male, che mi stessi avvicinando ogni secondo di più alla mia fine.
Con un brivido mi resi conto di aver paura di morire.
Ma non fu una di quelle paure astratte. Mi sentivo come di fronte ad un patibolo dove tutti avevano già caricato il colpo in canna e aspettavano il conto alla rovescia dell’ufficiale.
Inizia a battere i denti, convulsamente.
Poi l’hostess mi porse un bicchiere con una dell’acqua rosata all’interno.
“Bevi questo Piccola” mi sussurrò mio padre.
Con un’unica sorsata inghiottii quest’acqua amara, storsi la bocca e subito l’hostess riempì nuovamente il bicchiere ma questa volta con del succo.
Chiusi gli occhi e cercai di tenere lontana l’idea della mia imminente morte.
Quando l’aereo fu fermo sulla pista d’atterraggio mio padre, tenendomi a braccetto, mi condusse all’uscita, intontita com’ero.
Nel taxi che mi portava alla mia nuova vita mi addormentai profondamente, e caddi in un sonno profondo senza sogni.
Mio padre mi scosse quando fummo di fronte all’agenzia in cui aveva comprato la macchina nuova, caricate le valige nell’auto mi sedetti per la prima volta in una macchina in cui tutto era perfettamente al contrario e il profilo sinistro di mio padre mi sembrò stranamente nuovo.
Viaggiammo in strade piovose e grigie, ai margini delle strade c’erano ovunque grandi pozzanghere e notai che molte persone indossavano stivali colorati di gomma e grandi mantelle per proteggersi dall’incessante pioggia.
“Ci siamo quasi” dissi ad un certo punto mio padre imboccando una strada alberata.
Dopo poco accostò e si fermò.
“E’ quella” disse indicando con l’indice la costruzione che sorgeva dal lato opposto della strada.
lunedì 6 aprile 2009
Tre
Ed eccomi ora di fronte alla meta della nostra partenza.
E io, personalmente, non sapevo da che parte iniziare.
Le settimane che seguirono furono veloci e caotiche, ci avvicinavamo al Natale e il trasloco ci permise di avere la testa occupata quel tanto che bastava da riuscire a crollare nel ricordo di mamma solo sotto le lenzuola, alla sera, ognuno nella propria stanza.
Nonostante il costo del trasporto dei mobili non valesse le nostre camere da letto, mio padre insistette perché avessi la mia camera montata nella casa nuova al mio arrivo. Insieme alla mia camera partì parte del salotto, la camera dei miei genitori e qualche altro piccolo mobile d’arredo che mio padre non aveva il coraggio di abbandonare. Ogni giorno, tornando da scuola, trovavo qualche pacco in più ammassato in ingresso. Data la partenza mio padre si era preso due settimane di ferie per impacchettare tutte le nostre cose e appena iniziarono le vacanze invernali potei aiutarlo anch’io.
Il pranzo di Natale fu un tramezzino mangiato velocemente seduta in uno scatolone nel salotto ormai vuoto.
Nonostante i miei amici continuassero ad invitarmi ad uscire non me la sentivo, non volevo lasciare neppure una sera mio padre a casa da solo, ma nello stesso tempo non riuscivamo a stare nella stessa stanza insieme. Le nostre serate di solito scorrevano ognuno impegnato a sistemare una diversa parte della casa.
Passato il Capodanno la data della partenza si fece improvvisamente vicina e senza accorgermene mi ritrovai ad abbracciare i miei amici, a salutare i miei vicini, ad indossare un paio di jeans lunghi e le mie All-star per andare all’aeroporto: la temperatura che avrei trovato in Scozia era nettamente inferiore alla soleggiata estate che stavo lasciando.
venerdì 3 aprile 2009
Due
“Merda!” sussurrai. Avevo dimenticato di accendere la radio come facevo di solito per precauzione: mio padre si preoccupava sempre dei mie eccessi mentali e avevo ormai imparato a camuffarli in qualche modo. Con la musica a tutto volume ottenevo lo scopo.
“Tutto bene” urlai di rimando.
Tutto bene, mi ripetei nella mia testa. Meccanicamente raccolsi e sistemai sul comodino la lampada, raccolsi i libri che erano finii per terra e risistemai la mensola. Rialzai la sedia con annessi vestiti e mi guardai intorno. Non era sempre stato così. Da piccola mi capitava di far cadere un foglio oppure di spostare come una brezza le tende del salotto, ma non era mai accaduto che combinassi veri danni. Da un paio d’anni le mie emozioni, positive o negative che fossero, venivano trasformate in una sorta di onda che si propagava dal mio corpo e che aveva assunto una potenza tale da riuscire a spostare gli oggetti. Più crescevo più forte diveniva questa forza e più pericolosi erano i miei eccessi di felicità o di dolore.
Da un paio d’anni la mia camera era quindi stata arredata con soli oggetti a prova d’urto.
Fino ad un mese prima mi riuscivo a controllare.
Poi mia madre era morta.
Quando mio padre si era avvicinato per abbracciarmi in ospedale non era riuscito a toccarmi. Appena avevo aperto gli occhi la prima sensazione che ricordavo era stata quella di aver perso un pezzo di me. Poi avevo visto mio padre con gli occhi gonfi di pianto. Non servivano parole, ma solo che io riuscissi a ricordare. Ricordare l’urto, il botto e il vuoto che ne era seguito e mia madre non era mai uscita dal vuoto, niente di più comune in un incidente stradale. I medici dal mio vuoto erano riusciti invece a trascinarmi fuori, mi avevano riportato alla vita: salva dicevano loro, nel peggiore dei miei incubi correggevo mentalmente io.
La consapevolezza arrivò con il primo sguardo di mio padre. Il dolore un millesimo di secondo dopo. Così potente che neppure per un attimo ero riuscita a domarlo, più forte di qualsiasi mia volontà. Ogni mia cellula implose su se stessa, sentii i miei arti accartocciarsi cercando quel vuoto che paragonato alla realtà era il paradiso, i miei occhi persero la vista e tutto divenne di luce.
Dopo aveva suonato l’allarme che avevo ancora attaccato, le infermiere erano accorse, avevano sostenuto mio padre che aveva perso i sensi e lo fecero rinvenire spruzzandogli un po’ d’acqua da una bottiglietta che era sul mio comodino. Mi fu data una dose di qualcosa che attutì immediatamente i miei sensi, e la mia energia.
Mio padre si avvicinò al mio letto, gli occhi stranamente calmi. Credevo di averlo terrorizzato e invece se ne stava lì a guardarmi dolcemente, appoggio una mano sulla mia abbandonata sulle lenzuola e mi sussurrò “Mi dispiace Piccola”. Poi mi diede un leggero, fresco, bacio sulla fronte.
I miei occhi si chiusero sopraffatti da un sonno pesante e fortunatamente senza incubi.
giovedì 2 aprile 2009
Piccolo pezzo
Dicevo a mio padre che rientravo alla solita ora ma era diventata ormai abitudine starmene in giro per il quartiere fino a dieci minuti prima del suo arrivo. Se non riuscivo a stare in biblioteca girovagavo per il mio quartiere, camminando lentamente e cercando di non pensare a niente. Non posso dire che mi facesse stare meglio ma sullo stare bene ci stavo ancora lavorando ed avevo deciso di concedermi tutto il tempo necessario.
Non mi preoccupavo per la cena perché anche fossi rientrata a casa in tempo non sarebbe stata comunque pronta visto che non avevo la forza di entrare in cucina.
Nel lavello vi era ancora una sua tazza che mio padre, ogni sera prima di lavare i nostri piatti, metteva delicatamente da parte. I nostri piatti, in cui aveva riscaldato qualcosa che comprava prima di tornare a casa in una rosticceria, venivano sistemati ordinatamente nello scolapiatti sopra il lavello. Usavamo due tazze, due bicchieri e due piatti al giorno. Tutto il resto era superfluo.
Ero appena salita in camera quando sentii la chiave girare nella toppa.
Non mi chiamò, ormai sapeva che mi avrebbe trovata in casa.
Scesi al piano di sotto e lo trovai seduto in cucina: mi stava aspettando.
“Spara” dissi
“Scozia” rispose lui a bruciapelo, quasi gli scottasse in bocca quella parola.
“Scozia?” chiesi allibita “Pensavo rimanessimo almeno in questo continente”
“Bè si parla inglese” cercò di ironizzare lui.
“Lo so, ma si guida dalla parte opposta”
“Non va bene?” chiese guardandomi di sottecchi.
“No, va bene” risposi “Mi devo abituare all’idea ma va bene.”
“Pensavo che potresti iniziare il semestre lì”
“Di che semestre stai parlando?” chiesi sbarrando gli occhi. Eravamo a metà dell’anno e avevo appena iniziato a sostenere gli esami dei corsi che stavo seguendo, nonostante tutto quello che era successo nell’ultimo mese.
“Bè, il secondo” rispose e sembrò che fosse una domanda più che una risposta.
“Quest’anno?!? Papà seriamente, quando devi iniziare il lavoro laggiù?”
“Il primo di gennaio, no aspetta il primo è festa, il due di gennaio”
“Oh… mio… Dio” dissi lasciandomi cadere su una sedia.
“Abbiamo un mese e mezzo davanti a noi” disse in tono allegro, cercando di sdrammatizzare ma nella mia testa non riuscivo a decidere quel’era la prima cosa per cui terrorizzarmi. Avevo appena affrontato il ritorno a scuola con tutti gli sguardi che ne erano seguivano dopo la morte di mia madre, ero stata abbastanza forte da rimettermi sui libri e concentrarmi tanto da ottenere risultati insperati, avevo accettato l’idea di cambiare città anche senza una vera spiegazione logica ma credevo che mio padre volesse scappare da quel paese che non era mai stato veramente suo e da quella casa, in cui in ogni granello di polvere era riflessa mia madre.
Cambiare città era un’idea accettabile, anche cambiare stato sarebbe stato affrontabile. Cambiare continente non era un’idea che avevo preso in considerazione.
Cambiare anche il senso di guida era follemente lontano da qualsiasi mio incubo. Non ero ancora del tutto sicura guidando nelle stradine della mia città, chissà andando contro mano cosa avrei combinato!
Sospirai leggermente e feci la domanda più ovvia “Come si chiama la città?”
“Ayr”
“Ayr?”
“E’ una bellissima città” disse in modo troppo caloroso mio padre.
“Come fai a saperlo?” chiesi scettica inarcando il sopraciglio.
“Bè, su google ci sono delle bellissime foto” rispose aspettando la mia rezione.
“Ottimo…” riuscii solo a dire. Poi mi alzai, uscii dalla cucina e salii in camera mia: la mia energia aveva bisogno di sfogarsi e una cucina stipata di delicatissime ceramiche non era il luogo più adatto.
Entrai in camera e chiusi la porta alle mie spalle. Chiusi gli occhi e cercai di modulare la forza ma come sempre ci riuscii solo per qualche breve attimo. Un secondo dopo i libri della mensola sopra la mia scrivania erano volati a terra e così la lampada di carta di riso che c’era sul mio comodino. La sedia con sopra appoggiata una vera montagna di vestiti era rovinata a terra e le ante dell’armadio che avevo come sempre lasciato spalancate si erano chiuse di botto.
“Tutto bene?” arrivò dal piano di sottola voce allarmata di mio padre.
“Merda!” sussurrai. Avevo dimenticato di accendere la radio come facevo di solito per precauzione: mio padre si preoccupava sempre dei mie eccessi mentali e avevo ormai imparato a camuffarli in qualche modo. Con la musica a tutto volume ottenevo lo scopo.
“Tutto bene” urlai di rimando.
Tutto bene, mi ripetei nella mia testa.
