mercoledì 29 aprile 2009

Cinque

Ed eccola di fronte a me: la mia nuova casa. Rimasi in macchina finché mio padre non fu arrivato alla porta d’entrata, solo quando lo sentii chiamare il mio nome mi resi conto di essermi di nuovo persa nei ricordi. Non me lo potevo permettere, non in quel momento. Mio padre se ne stava dritto sulla porta d’ingresso spalancata e mi guardava.
Feci un respiro profondo, slaccia la cintura, aprii la portiera e scesi. Mi ci volle un altro respiro profondo per non ributtarmi dentro la macchina al caldo: si gelava!
“Avanti” dissi sussurrando a me stessa.
Raggiunsi mio padre percorrendo il piccolo viottolo d’ingresso che portava agli scalini che davano su una veranda. La casa era una piccola costruzione di un giallo tenue, con il tetto spiovente e una piccola finestra proprio sotto la sua sommità. Entrai nell’ingresso e le mie scarpe bagnate scricchiolarono sulle piastrelle marroni. A destra si apriva un piccolo salotto, a sinistra la cucina in cui erano ammassati molti scatoloni che riconobbi nostri, disordinatamente accatastati. I nostri mobili apparivano fuori posto in queste nuove stanze, non erano stati comprati per queste mura, per questa opaca luce che entrava dalle finestre. Un groppo in gola mi impedì di respirare e mi dovetti concentrare per ricacciarlo indietro. Avrei avuto tempo di piangere in camera mia la notte, quando non avrei costretto mio padre ad affrontare quest’altro muro di dolore.
Decisi di essere la miglior parte di me, lo dovevo a mio padre e anche a me stessa. Mi tolsi la giacca e inizia a curiosare tra gli scatoloni. Ma appena aprii quello contenente alcuni accessori della cucina le mie mani tremarono: eccola, la collezione di mia madre di barattoli per il the. Ne aveva almeno una trentina, tutti differenti, tutti colorati, ognuno comprato perché in qualche modo ricordasse il suo contenuto. Erano stati disposti lungo due lunghe mensole che mio padre aveva attaccato una domenica mattina e nella mia mente risentii la sua voce, squillante “No Arthur, un po’ più su a destra” e rividi mio padre sbuffare divertito di fronte a questo eccesso di perfezione, perfezione che mia madre elargiva parsimoniosamente essendo caratterialmente molto disordinata e imprecisa. Esattamente come ero io.
Richiusi lo scatolone e cercai di far aderire lo scotch che avevo appena sollevato nel punto esatto. Mi dedicai allo scatolone vicino dove trovai una serie di pentole e pentolini, e decisi che avrei tranquillamente potuto gettarne la metà. Non mi ero mai trovata nella situazione di dover cucinare prima d’allora e in quelle prime settimane avevo propinato a mio padre per lo più cibo pronto. Avrei dovuto mettermi d’impegno: eguagliare mia madre sarebbe stata un’ardua impresa anche se sicuramente riuscire a portare in tavola un pranzo non precotto era nelle mie possibilità, di certo però non mi sarebbero servite otto tipi diverse di padelle.
Meccanicamente inizia a sistemare le cose nei vari armadietti. La luce che si accese di colpo nella stanza mi fece rendere conto di quanto fosse già buio nonostante non fossero che le tre del pomeriggio e mi fece sospirare guardando fuori dalla finestra la leggera pioggia che non smetteva di cadere.
“Lo so piccola” sussurrò mio padre “Ci abitueremo vedrai” aggiunse prendendo in mano un pentolino che avevo lasciato sulla tavola.
Ci abitueremo ovviamente ma non riuscivo a decidere a cosa mi sarei abituata prima: all’essere in due, al trovarmi dall’altra parte del mondo, alla scuola, alla pioggia, ai nuovi amici… Finito di sistemare le cose del primo scatolone attaccai il secondo, prestando attenzione a non ri aprire quello con la collezione dei barattoli di the. L’avrei lasciato per ultimo, o forse l’avrei messo così com’era direttamente in garage aspettando che la mia anima si ricostruisse un pò. Non ero sicura di potercela fare in quel momento, mi stavo impegnando con tutta me stessa per rimettere insieme i pezzi di me che si erano lacerati con la morte di mia madre e in quel momento, in quella casa nuova, sentivo di non potercela fare.
Il nuovo scatolone conteneva dei libri.
“E’ roba mia” dissi a mio padre “La porto in camera… qual è?”
“ La seconda porta a destra salite le scale” mi rispose “La prima a sinistra è il bagno” aggiunse.
“Grazie, credo di aver bisogno di darmi una sistemata” sospirai guardando il mio riflesso sul vetro della finestra. Avevo i capelli che iniziavano ad accusare dell’umidità eccessiva, il viso giallognolo e due occhiaie regalatemi dal poco sonno delle ultime ventiquattro ore. Salii le scale lentamente facendo caso al fatto che ogni scalino produceva uno scricchiolio unico e rendendomi conto immediatamente che non sarei mai riuscita a scendere al primo piano senza svegliare mio padre. L’idea che quel particolare fosse stato significativo per la decisione per quella casa mi fece sorridere: era decisamente realistica come ipotesi.
In cima alle scale girai a destra, sbircia nella camera di mio padre dove il letto matrimoniale e l’armadio erano già stati montati e mi diressi verso la seconda porta. Entrai nella mia nuova camera con lo stesso stato d’animo con cui sarei entrata in uno studio dentistico. Immediatamente mi resi conto che avrei dovuto lavorarci parecchio per farla diventare la mia camera ma per fortuna le pareti erano state dipinte di un azzurro chiarissimo che dava alla stanza una certa luminosità se paragonata al resto della casa. Inizia a studiare la disposizione dei mobili che erano stati montati e lasciati tutti al centro della stanza, insieme a diverse mie valige: spostai il letto e il comodino su un lato della stanza, spinsi la scrivania sotto la finestra, l’armadio a muro si trovava a destra della porta d’ingresso quindi mi rimaneva ancora un’intera parete vuota. Rimandai la decisione di cosa avrebbe occupato quella parete e mi concentrai sulla sistemazione dei miei abiti. Non avevo che pochissimi indumenti pesanti, nonostante mio padre avesse insistito tanto sul fatto che avrei dovuto comprare qualche felpa o maglione prima di partire. Ovviamente la difficoltà di trovare indumenti pesanti in una città in cui la temperatura più fredda era di 15°C non gli era passata per la mente e così avevo trovato solo un paio di felpe. Tirai fuori delle lenzuola da una delle valige che e le annusai: avevano ancora l’odore della nostra casa. Feci con cura il letto, sorprendendomi del piumone che trovai ancora confezionato in un angolo, con quel clima ne avrei avuto sicuramente bisogno freddolosa com’ero.
Inizia poi a sistemare i mie vestiti, seguirono i libri, i miei pupazzi da cui non ero riuscita a separarmi. In un angolo trovai un lungo tubo di plastica che conteneva parte dei miei poster, ma decisi che li avrei appesi più avanti. Ero così presa che non mi accorsi del crepuscolo invernale che aveva lentamente invaso la stanza e sobbalzai quando la luce improvvisamente si accese.
Mio padre sorrideva appoggiato allo stipite della porta.
“Piccola, pensavo ti fossi addormentata”
“Non mi ero accorta fosse così buio”
“Forse perché qui sembra sempre buio” aggiunge lui ed entrambi scoppiammo a ridere.
“Dai, ho ordinato due pizze, dovrebbero arrivare a minuti” aggiunse sorridendo.
Scendendo trovai la cucina sgombra di scatoloni, la tavola era apparecchiata con le nostre tovagliette e con un servizio che usavamo solitamente proprio per la pizza. Al centro del tavolo c’erano due lattine di birra e un cartone del latte.
“Sei stato davvero veloce” dissi accennando alla tavola “E io che pensavo di dover far tutto da me” aggiungi sorridendo.
“Ho parecchie doti nascoste, non sottovalutarmi” disse lui provando a farmi il solletico. Con un salto balzai di lato ridendo e in quel momento il campanello suonò.
“Molto british” osservai sentendo il suono classico del campanello, così diverso dal trillo che aveva scelto mia madre per la vecchia casa e mi diressi alla porta. Aprendola mi trovai di fronte un ragazzo di forse qualche anno più grande di me, con i capelli biondi ricoperti da una miriade di minuscole gocce che brillavano sotto la nostra luce d’entrata.
“Due pizze con… tutto” disse leggendo sorpreso il bigliettino con l’ordine e osservandomi poi incuriosito.
“Si grazie, un secondo, prendo il portafoglio” ma mio padre mi aveva raggiunto alle spalle e stava porgendo al ragazzo una banconota.
Il ragazzo presa la banconota cercò il resto in un piccolo borsello e consegnandomelo in mano chiese “Scusate, ma voi siete nuovi?”
Sorrisi dell’imbarazzo che si leggeva nei suoi occhi
“Si” rispose mio padre prendendo le pizze “Sono il signor Dodson, e questa è mia figlia Mia. Frequenti forse la Firrhill School?”
“Si signore” rispose scattando il ragazzo.
“Bene” disse mio padre “Tu e Mia sarete forse compagni in qualche corso”
“Che anno frequenterai?” chiese allora il ragazzo spostando nuovamente l’attenzione su di me.
“Il terzo anno, ma probabilmente dovrò recuperare qualche corso” risposi.
“Che fortuna! Anch’io sono del terzo, potrò darti una mano” aggiunse sfoderando un gran sorriso ma poi si accorse dell’occhiata truce di mio padre e aggiunse in fretta “Se frequenteremo gli stessi corsi”
“Comunque mi chiamo Matt, piacere” e tese la mano verso di me. Allungai la mia e la strinsi.
“Piacere, Mia” risposi imbarazzata, sentendo dietro di me lo sguardo di mio padre.
“Allora Mia, ci vediamo a scuola lunedì” disse di slancio, poi si girò e ritornò verso il piccolo furgoncino verde mela che era posteggiato alla fine del nostro vialetto.

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